(Italiano)

LIVING IN A LOOP

Giovanni Carmine, 2009

Monografia, Service après-vente, HEAD Haute Ecole d’Art et de Design – Genève

Non molto tempo fa, il mondo virtuale di «Second Life» era uno dei temi prediletti dai mass media. In effetti questo videogioco online – con la pretesa di essere un mondo virtuale in 3D creato dai suoi avventori – sembrava potesse canalizzare e realizzare tutte le speranze ed i desideri di chi decideva di farne parte, come pubblicizzato dallo slogan “Your World. Your Imagination”. Finiva così per essere la proiezione di un mondo parallelo “migliore” o perlomeno diverso: un mondo dalle infinite possibilità, dove ognuno poteva vivere le sue fantasie più spregiudicate ed irreali ed anche trasformarsi nell’essere chimerico che aveva sempre desiderato.

In verità anche chi ha passato solo qualche istante passeggiando tra i boschi e le agglomerazioni virtuali, ben presto si è accorto che «Second Life» ha ben poco a che vedere con uno spazio utopico ed anarchico: si tratta in verità di uno spazio commerciale. Anche qui vigono le regole del mercato, le multinazionali vendono i loro prodotti e bombardano con la pubblicità. In “Second Life” è il denaro la vera chiave che permette l’accesso alle proprie fantasie, ed è anche il vero scopo dietro al gioco. Così gli avatar che popolano il videogame, se non vogliono acquistare direttamente del denaro virtuale tramite la loro carta di credito, sono costretti a lavorare anche in questo mondo parallelo.

C’è tuttavia una via di scampo: si tratta di alcune piattaforme sulle quali gli avatar possono fermarsi ed automaticamente si mettono a ballare. Restando fissi su queste per alcune ore, il giocatore riceve alcuni “linden” – la moneta qui in vigore – con cui poter poi comperare vestiti, terreni, mobili o gadget sessuali vari. Il risultato è che il mondo di «Second Life» è popolato da ballerini impacciati, che sembrano essere degli zombi virtuali. Questi sono però al contempo anche la proiezione digitale di persone reali sparse per il globo e che lasciano il loro computer acceso per delle ore con l’obiettivo di arricchirsi virtualmente. Al di là d’un’evidente somiglianza formale, dovuta all’estetica della simulazione 3D, gli avatar danzanti di «Second Life» sembrano condividere altre caratteristiche con i personaggi che animano le opere del collectif_fact. Non solo sono inseriti in uno spazio astratto, benché decisamente riconducibile al reale, ma entrambi sembrano essere destinati ad agire perennemente con la stessa monotonia: sono bloccati e costretti in un loop infinito. Vi è però una grossa differenza: l’intento degli artisti ginevrini non è quello di arricchirsi sfruttando i sogni di altri. Bensì quello di utilizzare le tecniche digitali e la risultante estetica (con tratti da simulazioni virtuali “vintage”) per esercitare una critica sociale e, al contempo, interrogare il potenziale rivoluzionario dell’arte. Questo, non senza utilizzare una certa ironia che sfocia quasi in una grottesca parodia del reale.

Così, i partecipanti della manifestazione che camminano nelle strade del video On Stage (2007) sono i portavoce delle più disparate istanze. Su di uno striscione si legge “Another Europe is possibile”, mentre altri reggono la bandiera di Rifondazione Comunista o il vessillo del movimento separatista corso. Alcuni si fanno portavoce dei diritti degli animali, ma non mancano nemmeno i sostenitori del “peer to peer”. E in questa eterogenea massa si mescolano anche dei manifestanti per l’arte che reggono un tela “On est tous coupables” di Ben Vautier, un cartello esistenzialista (“I’m desperate”) come nelle foto di Gillian Wearing, o indossano la tshirt gialla dell’immancabile assistente di Gianni Motti nella sua funzione di attivista e sabotatore mediatico. Questo finché un movimento brusco non interrompe la marcia e la camera riprende le gambe di chi si dà alla fuga. Cosa sia veramente successo rimane però celato allo spettatore, che subito si abbandona a congetture (l’esplosione di una bomba? una carica di neofascisti?), subito interrotte dalla rimettersi in marcia della manifestazione che riparte nonostante la sua strampalata eterogeneità d’intenti.

L’assurdo diviene così un moto perpetuo trasportato da una camera da ripresa virtuale, la stessa camera che vola sulle villette suburbane di habitA (2003). Gli abitanti di questa periferia urbana idilliaca, ma sospesa in uno spazio nero e minaccioso, sono delle siluette gialle, svuotate di qualsiasi tratto identificativo, al di là delle azioni da tempo libero in cui sono coinvolte (tosare l’erba, ciondolarsi sull’altalena). Questo mondo, così estraneo, ma anche così presente nel nostro quotidiano, viene svelato dal collectif_fact nella sua tragica banalità, distrug- gendo quella speranza di individualità incarnata dal sogno piccolo borghese della villetta monofamiliare.

Non vi è solo il tempo libero al centro dell’interesse, bensì anche il mondo del lavoro. Così è un movimento di camera subdolamente scorrevole e placido con cui collectif_fact fa scoprire l’interno di un’immobile d’uffici. Nella migliore tradizione kafkiana ce qui arrive (2005) mostra un enorme edificio fatto di corridoi dalla moquette grigio-blu e sale riunioni ornate di piante di ficus. Solo in un secondo momento, quando in un istante di lucidità si riesce a lasciare lo stato d’ipnosi generato dalla lenta carrellata, ci si accorge che questo luogo è in effetti un’inquietante chimera. Un luogo nato dalla fusione tra l’architettura d’ufficio impersonale e prefabbricata, una serie di piccoli incidenti, elementi tratti dal mondo dell’aviazione come gli scivoli gonfiabili di gomma gialla, e personaggi in preda al panico, ma immobili. ce qui arrive si rivela quindi essere un immenso “tableau vivant” virtuale, in cui subliminalmente riemergono nello spettatore le immagini iconiche degli attentati alle torri gemelle, Allo stesso momento – come il titolo dal sapore viriliano lascia capire – è però anche una critica al tema paranoicamente onnipresente della sicurezza, legato all’istigazione del sentimento di paura e pericolo sempre incombente sul mondo contemporaneo.

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